19 giugno 2014

Chi ben comincia #20


Buonasera bellissimi!
E' nuovamente giovedì, quindi è tempo di Chi ben comincia, rubrica ideata da Alessia del blog de Il profumo dei Libri. Adoro questo rubrica, mi piace scegliere un libro da condividere con voi e scoprire insieme gli incipit che sono il biglietto da visita, insieme alle cover, per ogni buon libro.

Le poche regole della rubrica:
- Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
- Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
- Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
- Aspettate i commenti 

L'incipit che voglio condividere con voi oggi è quello della mia attuale lettura, ovvero Quello che c'è tra di noi di Huntley Fitzpatrick. Ho letto i primi otto/nove capitoli e posso già sbilanciarmi dicendovi che questa lettura mi sta prendendo molto, così come i suoi personaggi. Era proprio quello di cui avevo bisogno.


I Garrett mi erano stati tassativamente vietati fin dall’inizio.
Ma non è questo il motivo che li rende degni di nota.
Ci trovavamo in giardino quel giorno di dieci anni fa, quando una vecchia berlina e un camion dei traslochi si fermarono proprio di fronte al cottage in legno, che confina con casa nostra.
«Oh, no» sospirò sconsolata la mamma. «Speravo proprio di evitarlo.»
«Evitare… che cosa?» urlò mia sorella maggiore, di otto anni, dal fondo del vialetto. Si era già stufata del lavoro che mamma ci aveva assegnato: piantare bulbi di giunchiglie nel giardino davanti a casa. Raggiunse a passo rapido la staccionata che separava le due proprietà e si alzò in punta di piedi per dare un’occhiata ai nuovi arrivati.
Anch’io scrutai nello spazio tra due assi e, con mia grande sorpresa, vidi che nell’auto erano stipati due adulti e cinque bambini, come in quel numero che fanno i clown al circo.
«Quella.» La mamma accennò alla macchina con la paletta da giardinaggio, mentre con l’altra mano si attorcigliava una ciocca di capelli biondo platino. «Ce n’è una in ogni quartiere: la famiglia che non taglia mai l’erba, che lascia giocattoli sparsi ovunque, che non pianta mai fiori e, se li pianta, li lascia morire. La famiglia sciatta che fa abbassare drasticamente il valore delle case del circondario. Eccola qua. Proprio accanto a noi. Hai infilato quel bulbo al rovescio, Samantha.»
Girai il bulbo e strisciai le ginocchia nel terriccio per avvicinarmi di più alla staccionata, incapace di staccare lo sguardo dal padre, intento a tirare fuori un neonato dal seggiolino dell’auto mentre un bimbetto riccioluto gli si arrampicava sulla schiena. «Sembrano simpatici» osservai.
Ricordo che a quel punto calò il silenzio. Alzai gli occhi su mia madre.
Mi fissava scuotendo la testa con un’espressione indecifrabile. «La simpatia non c’entra niente, Samantha. Hai sette anni e ormai dovresti sapere quali sono le cose importanti. Cinque figli, santo cielo! Proprio come la famiglia di tuo padre. Follia pura.» Scrollò di nuovo il capo, indispettita.
Mi avvicinai a Tracy e scrostai con l’unghia una scaglia di vernice bianca dalla staccionata. Mia sorella mi scoccò la stessa occhiata intimidatoria di quando la interrompevo con una domanda mentre guardava la televisione.
«Lui però è carino» osservò, tornando a sbirciare oltre la staccionata.
Mi girai e vidi un ragazzino che scendeva dal sedile posteriore dell’auto, con in mano un guantone da baseball, e andava a tirar fuori dal portabagagli uno scatolone pieno di attrezzi sportivi.
Già all’epoca Tracy adottava la tattica di sviare il discorso, preferendo non pensare a quanto nostra madre trovasse faticoso farci da genitore. Papà se n’era andato senza salutare, lasciandola con una bambina di un anno, un’altra in grembo, un profondo disincanto e, per fortuna, il fondo fiduciario dei suoi genitori.

Gli anni avevano dato ragione alla mamma sul conto dei nostri nuovi vicini, i Garrett. Il loro prato veniva rasato sporadicamente. Le lucine di Natale restavano appese fino a Pasqua. Il giardino sul retro era ingombro di roba: una piscina interrata, un trampolino, un’altalena, un castello per l’arrampicata. Periodicamente, la signora Garrett s’intestardiva a piantare qualche fiore di stagione – crisantemi a settembre, balsamine a giugno – e poi li lasciava avvizzire per occuparsi di cose più urgenti, come i suoi cinque figli… che con il tempo erano diventati otto. Nascendo più o meno a intervalli di tre anni l’uno dall’altro.
«Il momento critico per me si aggira intorno ai ventidue mesi» la sentii confessare un giorno, al supermercato, in risposta a un’osservazione della signora Mason a proposito del suo ventre rigonfio. «Quando smettono di essere bebè. E io adoro i bebè.»
La signora Mason reagì con un sorriso e un’alzata di sopracciglia, e poi si voltò stringendo le labbra con aria perplessa.
Ma la signora Garrett sembrò non accorgersene, orgogliosa com’era di sé e della propria famiglia confusionaria. Cinque maschi e tre femmine, all’epoca dei miei diciassette anni.
Joel, Alice, Jase, Andy, Duff, Harry, George e Patsy.

L'avete letto? Amato? Aspetto i vostri commenti, e se volete condividete con me il vostro incipit.

Stay tuned!
Xoxo, Giò

2 commenti:

  1. Awwww tanto amore per i Garret *w*
    Avrei passato la vita a spiarli anche io <3

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    1. Come si fa a non amarli? Passerei le ore a spiarli awww *w*

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Grazie per i vostri commenti, li apprezzo tantissimo, sono fonte di gioia e soddisfazione per me! Non appena possibile, risponderò a tutti e passerò a dare un'occhiata ai vostri blog :) Mi raccomando, stay tuned! A presto, Giò ♥